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Archive for aprile 2009

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Ecco fate come me…ballate un po’.
Una musica che vi faccia sentire leggeri e vi faccia sbirciare allo specchio mentre rifate il letto o riordinate la scrivania ancheggiando sinuose (ma non quanto Prince …che in materia di ancheggiamenti e ammiccamenti ci batte tutte, mie care..).

Le cose che succedono vanno affrontate con leggerezza. Assolutamente. Non tutto quello che ci succede è nostro, inutile tentare di controllarne cause o sviluppi. La metà dei fatti che accadono è degli altri. Se, per dire, io scrivo questo post inutile ho fatto solo una parte del lavoro…voi che leggete portate a termine la seconda, senza che io la conosca mai del tutto e senza che sia strettamente necessario farlo…solo così: per darle un senso. Compiuto. O per altre ragioni che alla fin fine sono irrilevanti.
C’è la prima parte, la nostra. Poi la seconda: gli altri.
Se, come capita a me, la persona che amate non ricambia allo stesso modo…inutile spazientirsi…ridicolo disperarsi. Occorre solo focalizzare sulla prima parte. Non si dovrebbe mai commettere l’errore di dare eccessivo peso alla seconda.
Qualche esempio:
– Guidando seguiamo le regole in strada non perchè gli ci dicano bravi o perchè le seguano altri come noi. Solo perchè riteniamo giusto e sensato farlo.
– Non rubi e non lo fai perchè è sbagliato. Non perchè sia vietato. Se gli altri rubano problemi loro. Pessimo il ragionamento del <eh ma se lo fà Lui….>. Che senso ha? tu rispondi di te non di <Lui>.
Fin qui è facile.

Ma che succede col lavoro? Quanto conta la seconda parte delle cose nella scelta di un’occupazione? E di un’auto? e del cibo? e della compagnia di amici? e di un fidanzato/a?

Essere autentici è la cosa più difficile. Perchè alla fine non è nemmeno colpa nostra… Veniamo su valutando le cose in base ai risultati e alla convenienza. I voti a scuola, lo share in tv, i regali a Natale, lo stipendio a fine mese, l’utile di un’azienda… Non è sempre sbagliato. E sicuramente è spesso necessario. Fatto stà che di quello che ci dicono a catechismo poi non si ricorda più nessuno (il seminatore, per chi fosse un po’ arrugginito…rileggetela).
Perchè nell’era della modificazione genetica che gonfia o raddoppia le pannocchie di mais, nessuno dice più che ha senso piantare un seme se non c’è il giusto margine di certezza per dire che spunterà qualcosa. E che con quel qualcosa ci si possa fare qualcos’altro.
Quindi se ti ritrovi a <sprecare> un sentimento o un’idea con qualcuno che probabilmente non saprà servirsene nel modo corretto ecco che, inevitabilmente, risulti sfigato. "Presto! Occorre subito che riorienti le tue risorse verso qualcuno che sappia farle fruttare come si deve!".
Ma può anche darsi che dell’esito delle mie risorse non mi debba interessare poi così tanto. Sarebbe bellissimo riuscire a ragionare così: io mi sento che ho voglia di piantare un seme qui. Non è il posto migliore nè ci farò una bella figura quando non ne salterà fuori nulla. Ma se lo piantassi altrove lo farei per fare contenti gli altri, o per ottenerne il maggiore vantaggio possibile. E non sarei autentica. Mentre invece a me adesso interessa piantare qui e basta, ed ha senso perchè è quello che ho desiderio di fare. Punto.

Pensa che soddisfazione aver fatto la cosa che ti riusciva spontanea e naturale e vedere che il seme è riuscito a crescere lo stesso.  Un valore aggiunto.
Ma attenzione: la soddisfazione è nella prima parte, la seconda parte (che non spetta a te) è il valore aggiunto. Di cui bisognerebbe imparare a fare a meno per decidere quando si può dire di sè stessi che si è davvero felici.

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Più di 10000 visite al mio blog…
ci starebbe un bel discorsetto lungo lungo sul significato di questo traguardo…e sul valore che assume per me una volta raggiunti i 4 zeri.
Ma me (ve) lo risparmio anche perchè non c’è assolutamente nulla da dire: questo blog non mi rappresenta moltissimo, sicuramente (a differenza di come speravo quando l’ho aperto) non è proprio possibile conoscermi attraverso questo diario pubblico. Ma poi chissenefrega di conoscermi totalmente, no?
Il blog è una valvola di sfogo comoda, colorata e fuzionale…anche se spesso imbarazzante. Ma è il prezzo da pagare x avere i commentini che mi fanno ridere e pensare. Che le visite siano tante o poche cambia poco.

In questi giorni rifletto parecchio. Sola o in compagnia. E sto capendo delle cose. Solo che ho un po’ paura di essere in ritardo…o in anticipo, ancora non ho deciso. Certo chi mi conosce (non conoscenza "da blog") sa che sono sempre cronicamente e insopportabilmente in ritardo…quindi credo che propenderebbe per la prima. Ma non è detto.

Tutto si può rissumere un po’ così: la gente come me ama sgarbugliare la matassa e ordinarla i modo da sentirsi rassicurata in qualche misura dal vedere chiaramente di cosa si tratta. Sgarbugliare sempre e subito e tutto. E’ il mio modo di conoscere.
Ma c’è una certa immaturità nel non avere altri strumenti di conoscenza. Due limiti in particolare: non saper conoscere la matassa ingarbugliata, e non saper darsi tempo per guardarla così com’è. Un esercizio forse inutile è quello di provare nuovi modi di approcciarsi a un gomitolo arrotolato alla rinfusa. Sperimentare giusto per il gusto di provare, anche quando la matassa non è fondamentale per te. La mia tesi di laurea è un esempio molto calzante di quanto il mio modo naturale di procedere sia limitante. Non riesco proprio a iniziare a scrivere finchè non sento di contenere tutti i fili del discorso.
Con le persone è uguale?
Pare, e anche questa è illuminazione recente, che in graduatoria prima della <conoscenza a modo mio> vengano i sentimenti. E che prima ancora venga il rispetto. Il rispetto sopra il resto. Diciamo così: il rispetto è la luce che illumina la stanza in cui si trova la matassa. Se non c’è luce diventa superfluo pensare a come sgarbugliare qualsiasi cosa…inutile decidere di cambiare stile al buio.

Io ho sempre vissuto il diventare matura come una bella cosa, accattivante, necessaria. E la identifico col percorso che ti porta fare di tanti te stesso che sei da ragazzo, a un solo te stesso in varie situazioni. Cioè l’onestà, che ti riappacifica con te stesso…anche se crea molti casini col resto del mondo.
Invece è ancora di più di questo. E’ saper aspettare e rispingere l’ansia giù da dove è salita.
Ed è anche avere autostima. Non cercare di averla, non sperare di averla. Averla e basta, senza tante balle. E difenderla con gelosia.

…autostima=serenità=pazienza=saper attendere=saper guardare le matasse senza ordinarle=dare fiducia alle matasse…sperando che non venga a mancare la luce.

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“Una rana stava serenamente sguazzando in un fiume quando ad una sponda si avvicinò uno scorpione.
“Devo passare dall’altra parte” disse “ma non so come fare, io non so nuotare e se provo affogherò. Tu potresti aiutarmi trasportandomi sul tuo dorso, te ne sarei molto grato”. La rana perplessa rispose: “Ma se io ti lascio salire sul mio dorso tu potresti pungermi ed uccidermi!”.
Lo scorpione rassicurò la rana: “Non ti preoccupare, perchè dovrei farlo, se ti pungessi morirei anch’io perchè affogheremmo entrambi nel fondo”.
La rana si sentì rassicurata dalle spiegazioni dello scorpione e lo fece salire. Quando furono a metà del fiume, lo scorpione punse la rana. La rana stupita dal gesto dello scorpione mentre stava affondando insieme a lui trovò la forza di chiedergli: “Ma perchè l’hai fatto adesso moriremo entrambi?” Lo scorpione rispose “Non ho potuto farne a meno, questa è la mia natura”. [Esopo?]

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Sarò molto noiosa e pesante, ma non posso stressare sempre e solo quelle sante delle mie amiche…e poi questo spazio è mio, nessuno è costretto a leggere.

Fino a quanto uno può ricevere delusioni? Siamo in periodo di Pasqua, ed è normale, per chi si aggira abitualmente a meno di 10 metri da una chiesa, sentire parlare di amore senza tornaconto, di dono senza calcolo, insomma voler bene senza pensare ad assicurarsi un personale "rientro" di affetto per pareggiare il bilancio, ma preoccupandosi solo che ciò che diamo sia autentico.
Solo che capita anche, dopo tante delusioni, di chiedersi a cosa serva intestardirsi più di tanto con quelle persone che danno mostra di saper fare perfettamente a meno di quell’amore che a te costa sacrifici e fatica. Forse sono troppo egoista per aspirare a ideali così alti, sicuramente non riesco ad evitare di pensare che lo spreco ha un senso solo se produce un certo benessere negli altri.

Quindi mettiamola così: non ha senso rinunciare a voler bene solo perchè si ha paura che l’affetto vada sprecato (nel senso di non avere tornaconto personale). Però se ci si accorge che l’affetto, sprecato o meno, non SERVE alla persona oggetto di quell’attenzione, allora si rischia veramente di rasentare il ridicolo…il nonsense. Diventa autoreferenziale: si vuol bene al solo scopo di poter dire di saperlo fare.

Sono molto testarda ma questa volta bisogna che lo ammetta: ho sbagliato di grosso. Ho sbagliato obbiettivo. E non solo perchè mi sono accorta che il mio "obbiettivo" non sia in grado di amarmi a sua volta (di un sentimento che vada oltre la cotta di un 15enne) ma che proprio lui di quello che io vorrei dargli non sa che farsene, non sa gestirlo…
Come quando dai un cellulare a mia nonna di 82 anni..non sa che farsene…per carità, sa bene che è importante e non deve perderlo perchè costa..ma di per sè è quasi imbarazzata e non sa come si usa. La verità è che ne farebbe benissimo a meno e infatti, se può, preferisce usare una cabina telefonica. Di nascosto.

Cambiare obbiettivo non è semplice…e però necessario. Un post fa ho scritto che trovavo senso e soddisfazione vera nel "produrre" bene negli altri,e quindi di riflesso in me stessa…Questo non significa che io sia abbastanza intelligente da saper cos’è il bene per tutti. Quando non lo sai, quando non lo resci a capire è meglio non fare niente ed evitare i danni.
Non trovo senso nell’incaponirsi con una persona perchè vorresti quella e nessun’ altra…non trovo valore nel martirizzarsi o farsi andare bene di tutto. Questo non è "fare bene"…è solo farsi del male.

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