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Archive for maggio 2010

evolvere, ultima parte

Come se una sera, uscendo per portare fuori la spazzatura, la porta ti si chiudesse di colpo alle spalle.

<merda! le chiavi!>
Il freddo, il buio la porta. Chiusa.
Inizialmente la sensazione è di panico, ma forzare la porta è inutile e ci si abbandona alla speranza che qualcuno da dentro si accorga…
Che freddo.
Dentro la luce, le cose come le hai lasciate tu, un piumone in disordine.
Fuori silenzio, qualche curioso e l'imbarazzo di trovarsi di colpo impreparate a essere fuori di casa.

Nessuno si accorge. Il caldo, la tv, il telefono, le cose da portare avanti prima che arrivi domani…tutto oltre le finestre pullula di attività frenetiche; mentre fuori domina la calma e il silenzio, che nella penombra del portico di casa, nel freddo della sera ormai già notte, pesano sul coppino come una presenza funesta.



I minuti passano lenti, dalla casa nessun segno di interesse.

le caviglie si abituano piano al freddo e, senza poi nemmeno tanto coraggio, mi decido a non dare più le spalle al buio e a distogliere lo sguardo dalle finestre accese.
Punto gli occhi dritta verso le ombre e muovo i primi passi snobbando la porta che mi snobbava.

<il campanello> mi dico, perchè rassegnarsi non è proprio cosa mia.
La luce della casa, col suo riverbero mi manca terribilmente.

Mi decido e scendo gli scalini di pietra verso il cancello. Il vento leggero si insinua nelle orecchie e dietro il collo, "nessuno si sentirebbe mai a suo agio in una notte così", penso.

Sono al campanello, molto prima di quanto pensassi… e suono.



<sì?>
<io>
<no, non disturbi affatto>
<sono chiusa fuori>
<poteva succedere>
<è successo, infatti>
<se non hai le chiavi non è un caso, una ragione ci sarà>
<sì: le hai tu>
<in questo momento devo fare molte cose, bisogna prepararsi al domani>
<e io?>
<non posso proprio adesso scendere le scale, mi dispiace>



faccio ancora qualche metro, il parcheggio è vicino e da lì la casa si vede meglio.

"perchè da lontano si ha una migliore prospettiva"… mi allontano per vedere tutta la mia casa, bella e accogliente.

Ma succede che da lontano la luce è meno forte, il caldo meno caldo, il rumore è più brusio e il nero tutt'intorno non è più poi solo nero. Ad esempio il verde del prato si vede benissimo.

Vorrei sedermi, sono stanca, ma la paura è che il cancello si apra e io non riesca a sentirlo.

Aspetto e rifletto sul fatto che, dopotutto, di gente che aspetta ce n'è.



E' stato per un moto involontario, forse per non sentire freddo, forse per noia, che lo sguardo si è sollevato come un palloncino.
E mi sono accorta che quel "fuori" prima così funesto, era tutto punteggiato di piccole affascinanti luci:

il tempo ha cominciato a scorrere più veloce mentre passavo in rassegna tutto un cielo che c'era sempre stato ma non mi aveva mai fatto così tanta compagnia.

Tante piccole meraviglie. Un papavero, una musica, una barba da accarezzare. La spalla cotta e un po' di silenzio. Una panchina troppo dura e una risata alla parola "cappuccio". Il vapore e le bolle, una torta di frutta. Il mal di pancia per il troppo ridere, una lacrima discreta e la mano sui tasti del piano. Un libro, due libri, l'espressione "anzichè no". Attraversare il ponte a tempo di musica, le punte dei piedi mentre cammino. L'imitazione di un cavallo, una sagoma di donna con un pesce, una macchina nuova, una macchina troppo vecchia, un sole troppo caldo, una corsa in bicicletta. La mente sgombra, il cuore leggero.

C'è così tanta bellezza da riempire tutta la notte.

Mi volto verso il cancello, chiuso.
Sorrido. Infondo spaventa starsene seduti, ma non fa poi tanto freddo.

"Se ci fosse il modo, sarebbe bello portare la mia casa qui".

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arcobaleni pragmatici

"Bianca, a passi piccoli,
sai solo quello che non vuoi…
"

intrappolata nella dipendenza da πρᾶγμα, candido rifugio e meticolosa prigione, sono Dona Flor alle prese con una società che mi accusa di non comprendere le sfumature mentre, in realtà, nella tasca di un qualunque mattino ho nascosto un fazzoletto color arcobaleno.

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nonny nonny


"Sigh no more, ladies, sigh nor more;
Men were deceivers ever;
One foot in sea and one on shore,
To one thing constant never;
Then sigh not so,
But let them go,
And be you blithe and bonny;
Converting all your sounds of woe
Into hey nonny, nonny".

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